I furti di auto predittivi dei furti in appartamento. Come difendersi

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Francesco Caccetta.

L’esperienza delle Forze di Polizia non lascia dubbi sul fatto che vi sia una consistente correlazione tra i furti di autovetture e le conseguenti incursioni negli appartamenti da parte dei ladri. Ogni cosa ha un fine, questo è il presupposto principale che ha attanagliato le menti di alcuni filosofi greci e successivamente anche quelli cristiani, e mai come in questo caso potremmo esserne certi. I furti di autovetture insistono in tutto il corso dell’anno ed in ogni parte del territorio nazionale, con modalità e finalità diverse. Le tecnologie moderne, consistenti in dispositivi per riprogrammare le centraline o per clonare i codici criptati dei sistemi di protezione dei veicoli, hanno reso la vita più semplice al ladro di auto, diminuendo in maniera considerevole i tempi di attuazione del furto, ridotti ormai a 14 secondi rispetto ai 10 minuti degli anni ottanta. Questo permette inoltre di avere veicoli integri, senza nessun danno e con un guadagno illecito, sicuramente maggiore. Le auto vengono rubate per motivi diversi, a seconda anche delle zone dove avvengono i furti. Nelle Regioni del Sud Italia sono frequenti i furti di auto a scopo di estorsione, per indurre il proprietario a rilasciare un riscatto per riavere il proprio mezzo. Al Centro Italia scorrazzano bande dell’Est che rivendono poi le vetture intere o pezzi di ricambio, mentre al nord, vi è una maggiore organizzazione con diverse figure strutturate, che gestiscono il traffico internazionale di veicoli rubati. Queste in linea di massima le tipologie di furti di autovetture, finalizzate a introiti di tipo “commerciale” ancorché illecito, mentre un’altra categoria di ladri, che opera più o meno allo stesso modo in tutta la Nazione ha un fine più immediato e contestualizzato con i furti in appartamento, le truffe e le rapine. Le Forze dell’Ordine sanno benissimo che quando si verificano furti di veicoli di un certo tipo (BMW, AUDI, MERCEDES ecc.) spesso si tratta di predatori di appartamenti che si preparano a colpire nei territori limitrofi a dove è avvenuto il furto della macchina. La spia dei furti in appartamento è, quindi, il furto di veicoli di grossa cilindrata che serviranno ai malviventi per fare razzie nei territori garantendosi una fuga veloce con un mezzo sicuro per la loro incolumità fisica. Un veicolo potente, permette una agevole fuga da eventuali inseguimenti delle Forze di Polizia e, in caso di incidente, limitatissimi danni ai malviventi. Anche in questo caso, valgono le cinque vie per arrivare al furto, già più volte citate nei miei scritti, dove si evidenzia che i ladri, non vogliono farsi vedere, non vogliono farsi prendere, non vogliono farsi male, non vogliono faticare né perdere tempo. In questo caso, il furto del veicolo avverrà soltanto se la vittima lo permetterà, eludendo le norme basilari di prevenzione furti. Molte persone, pensano che le loro azioni siano esclusivamente finalizzate ai propri interessi, senza rendersi conto che, in realtà, non siamo assolutamente padroni esclusivi del nostro agire. Lasciare il veicolo con le chiavi inserite ed in moto, pensando di impegnare pochissimo tempo nella commissione che ci si accinge a fare, è un errore madornale. Scendere, per esempio dalla macchina per andare a prendere un caffè, o acquistare un pacchetto di sigarette, oppure semplicemente portare il proprio figlio all’entrata della scuola, potrebbe ingannare il proprietario del veicolo circa i tempi supposti per quella azione. I ladri sanno benissimo che è facile trovare veicoli incustoditi, anche se per pochi minuti, all’esterno dei bar, delle scuole, vicino alle edicole ecc. Sanno perfettamente che numerosi cittadini pensano di impiegare pochissimo tempo per le loro estemporanee commissioni e che, per questo, si fidano a lasciare la propria macchina in moto e incustodita. Questi sono i momenti nei quali i predatori approfittano di questa ingenuità per impossessarsi del veicolo in questione. Pochissimi delinquenti, si ingegnerebbero nel rompere un cristallo per poi entrare nel veicolo e collegare i fili per metterlo in modo, confidando nel fatto che è molto più semplice attendere qualche minuto vicino agli obiettivi sopra elencati e commettere un veloce e senza rischi. I furti di autovetture, perpetrati in questo modo, rendono molto meno visibile il veicolo rubato agli occhi delle forze dell’ordine, poiché a prima vista, non mostrando segni di effrazione potrebbe passare inosservato, garantendo più tempo e anonimato ai ladri di turno. Inoltre, i delinquenti che utilizzeranno quella macchina per commettere reati predatori in appartamento, potrebbero passare inosservati anche agli occhi dei cittadini poiché non presentando anomalie visibili (rotture dei cristalli o delle serrature) non metterebbero nessuno in allarme. Le autovetture rubate in questo modo spesso avvantaggiano i ladri di appartamento, i quali utilizzeranno quel veicolo per compiere una serie di furti nei territori limitrofi, salvo poi abbandonare il mezzo alla fine dell’esigenza, o venderlo ad altri soggetti che ne cureranno la successiva alienazione (vendita all’estero o come pezzi di ricambio). Di solito, quindi, i furti di autovetture di grossa cilindrata e di recente costruzione, possono essere indicativi di imminenti raid in appartamento da parte dei ladri nei territori limitrofi a quello in cui il veicolo è stato rubato. Non lasciamo mai le nostre macchine incustodite e con le chiavi all’interno (tra l’altro sanzionabile dal codice della strada) e non ci fidiamo mai di un’autovettura apparentemente “pulita” per distogliere le nostre percezioni, qualora dovessimo notarla con sospetto nel nostro territorio. Prendere la targa e fare una segnalazione al 112 potrebbe salvare voi stessi e gli altri vicini da un furto in appartamento. L’occasione fa bene al ladro (cit. Caccetta) non dimenticatelo mai!

 

 

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INWA: 1° Congresso dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato Il 1° Congresso INWA presenta il programma dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato per migliorare libertà e sicurezza.

Il 1° Congresso INWA presenta il programma dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato per migliorare libertà e sicurezza.

https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/06/inwa-1-congresso-dellassociazione-italiana-controllo-di-vicinato-002641295.html

Aiuteresti un estraneo in difficoltà? L’effetto testimone.

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Ketty Genovese. Le origini del cdv ancora oggetto di studio per la Psicologia.

Vi propongo questo interessante articolo trovato sul web: http://antrodichirone.com/

Francesco Caccetta

by Carmelo Pacino

Omicidi, violenze pubbliche, rapine, pestaggi, sono eventi che sentiamo quasi quotidianamente dalla cronaca, tanto che, a volte, non ci stupiscono più. In molti casi può destare scalpore che la vittima non sia riuscita a ricevere nessun tipo di aiuto dai testimoni diretti della scena di aggressione. Le norme culturali ed etiche della nostra società prevedono di aiutare chi si trova in difficoltà. Oltre a tali regole di condotta, ciò che potrebbe far crescere maggiormente il vostro disappunto, nel leggere casi analoghi di noncuranza del prossimo, sta nel vostro senso morale. Sembra inconcepibile lasciare una persona da sola in una situazione di sofferenza.

Darley e Latané, di fronte all’ennesimo caso di aggressione, hanno iniziato a studiare questo fenomeno, per scoprire tutti i fattori psicologici e situazionali che intervengono in ciò che chiamarono effetto testimone.

Nel 1964, a New York, Kitty Genovese, un giovane donna, venne aggredita ed uccisa in mezzo alla strada di fronte a 38 persone che, nonostante le urla e il sangue, non intervennero a darle soccorso. L’opinione pubblica attribuì la causa di questa inerzia “al decadimento morale e all’alienazione dell’uomo del tempo” [Darley, Latané 1968]. Gli studi di Latané e Darley, i primi ad analizzare il fenomeno, dimostrarono che erano implicati fattori di altra natura.

Essi, dopo diversi esperimenti, elaborarono il loro modello psicologico di helping behaviour (comportamento di aiuto). Si tratta di un modello stadiale, in quanto essi sostenevano che accorrere in aiuto di una persona in difficoltà fosse il risultato di un processo fatto di diverse fasi [Fischer et al., 2011]:

notare la situazione critica;
percepire la situazione come di emergenza;
sviluppare un sentimento di responsabilità personale;
prendere la decisione di agire.
I due autori individuarono tre differenti meccanismi psicologici che possono interferire con questo processo e che costituiscono i punti cardine dell’effetto testimone (Darley, & Latané, 1968):

diffusione della responsabilità: la presenza di altri testimoni ostacola lo sviluppo di un sentimento di responsabilità che viene diviso fra i presenti, facendo in modo di considerare se stessi esenti dall’intervenire. Nello specifico, quanto più il numero dei testimoni è elevato tanto meno si avvertirà un senso di responsabilità;
paura di essere giudicati: si ha paura di compiere errori o di agire in maniera inadeguata. Inoltre, si teme di essere ritenuti responsabili dell’accaduto (confusione della responsabilità), in quanto vi è la norma sociale di aiutare le persone a cui si è arrecato danno;
ignoranza collettiva: gli studi sull’influenza sociale dimostrano come in situazioni ambigue il comportamento e le reazioni altrui diventano un’importante fonte di informazioni per capire la realtà (cfr. Boca, Bocchiaro, Scaffidi Abbate, 2010). Se l’individuo non percepisce immediatamente la condizione di emergenza e si affida alla reazione degli altri, i quali, però, appaiono altrettanto confusi ed incerti e, quindi, inermi, allora si valuterà la situazione come non pericolosa e non si avrà la motivazione ad agire.
E’ stato dimostrato, inoltre, che non è necessario che siano presenti testimoni reali, in carne ed ossa, che determinino la diffusione della responsabilità, ma è sufficiente che nella mente dell’individuo si attivi il costrutto di un gruppo per inibire la presa di responsabilità in contesti di pericolo. Questo fenomeno prende il nome di “effetto testimone implicito” [Garcia, Weaver, Darley e Spence, 2009].

Gli studi dei due autori risalgono al 1968. Successivamente sono stati condotti moltissimi studi circa l’effetto testimone in diverse situazioni sperimentali, considerando diverse variabili di mediazione e di moderazione, cioè fattori che intervengono e/o rendono l’effetto testimone meno intenso o, addirittura, nullo1 [Fischer et al., 2011].

Sinteticamente, da questi studi (ibidem) è stato rilevato che:

in condizioni percepite come altamente pericolose l’effetto testimone si riduce, in quanto aumenta lo stato di attivazione interna a causa della sofferenza della vittima e la percezione dei costi e delle perdite nel caso in cui non si intervenga. L’intervento di aiuto diminuisce tale stato di tensione interna;
la presenza di testimoni può diminuire l’effetto testimone nel caso in cui si percepiscono i presenti come un aiuto nell’intervento, soprattutto quando si ha paura di subire un danno;
se gli altri vengono percepiti come aiuto, allora si può giungere ad un aiuto nel momento in cui si arriva alla conclusione che più individui possono sopraffare un criminale.
Alla luce di quanto detto, sorge spontanea una considerazione. L’omicidio di Kitty Genovese ha destato molto scalpore e molti si sono prodigati in considerazioni di natura morale, senza tenere minimamente in considerazione come molti meccanismi della nostra mente avvengano in maniera del tutto automatica, senza controllo volontario alcuno. Nonostante i progressi ottenuti dalla psicologia sociale cognitiva e dalla psicoanalisi, ancora oggi eventi di tale portata possono indurci un interrogativo spinoso. Ossia, è possibile che la conoscenza che abbiamo di noi stessi e del nostro modo di agire e porci nell’ambiente sia insufficiente?

Oltre a portarci a considerazioni di natura etica e morale, eventi del genere sarebbero da valutare con maggior consapevolezza, per poter essere concretamente attivi e impegnati a farsi portavoce di una società attenta alle necessità altrui.

In tal senso, è opportuno tenere in considerazione che, accanto ai processi automatici della nostra mente vi sono anche quelli che derivano dalla nostra volontà, ed è a quest’ultimi che dobbiamo appellarci, per costruire il senso della nostra responsabilità sociale

Note

Per una rassegna degli studi condotti sull’effetto testimone si veda Peter Fischer, Joachim I. Krueger, Tobias Greitemeyer, Claudia Vogrincic, Andreas Kastenmuller, Dieter Frey, Moritz Heene, Magdalena Wicher, Martina Kainbacher “The Bystander-Effect: A Meta-Analytic Review on Bystander Intervention in Dangerous and Non-Dangerous Emergencies”, in Psychological Bulletin 2011, Vol. 137, No. 4, 517–537, dove gli autori descrivono in maniera dettagliata gli studi condotti e i relativi risultati.

Bibliografia

B. Latané, J.M. Darley,”Group Inhibition Of Bystander Intervention In Emergencies”, in Journal at Personality and Social Psychology 1968, Vol. 10, No. 3, 215-221.

J.M. Darley, D. Batson, “”From Jerusalem To Jericho”: a study of situational and dispositional variables in helping behavior”, in Journal of Personality and Social Psychology 1973, Vol.27 , No.1 , 100-108.

J.M. Darley, B. Latané, “Bystander intervention in emergencies: diffusion of responsability”, in Journal of Personality and Social Psychology 1968, Vol. 8, No. 4, 377-383.

P. Fischer, T. Greitemeyer, F. Pollozek e D. Frey, “The unresponsive bystander: Are bystanders more responsive in dangerous emergencies?”, in European Journal of Social Psychology 36, 267–278 (2006).

Peter Fischer, Joachim I. Krueger, Tobias Greitemeyer, Claudia Vogrincic, Andreas Kastenmuller, Dieter Frey, Moritz Heene, Magdalena Wicher, Martina Kainbacher, “The Bystander-Effect: A Meta-Analytic Review on Bystander Intervention in Dangerous and Non-Dangerous Emergencies”, in Psychological Bulletin 2011, Vol. 137, No. 4, 517–537.

S. Boca, P. Bocchiaro, C. Scaffidi Abbate, Introduzione alla psicologia sociale, Mulino, Bologna, 2010.

S. Boca, C. Scaffidi Abbate (a cura di), Altruismo e comportamento prosociale. Temi e prospettive a confronto, Franco Angeli, 2011.

Down with the Neighborhood Watch, anyway

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By Francesco Caccetta

 

“A state of things does not necessarily reflect an ideal condition. But it is a fact that when it comes to get down to work and start a change there is always a price to be paid, and that’s why an overwhelming majority of people have rather to protest and grumble than acting.” Giovanni Falcone, Public Prosecutor

I feel to begin my observation with these renowned Falcone’s words, as he has been one of the deepest points of reference in my professional experience; a man that so many times inspired me, while coping with investigatory troubles and occupational dilemmas, even in case of security matters actually related to the Italian national territory.

The recent recurrence of terrorism contributes to raise the level of perceived insecurity in our cities, and any possible, following risk of damage – as a consequence of some unfavorable, not predictable circumstance – turns fundamental element of social disease in our present-day society. As a matter of facts, the world we live in appears as increasingly ruled by jeopardy, although it seems not more dangerous than it used to be in previous periods.

If we consider items as the average duration of our life, or illnesses, hunger problems, private violence and wars, we should even believe this time as one of the most safe out of the last centuries. And yet, our worry for dangers has really raised in these last decades.

Within a sphere of intervention opportunities, as focused by the criminologist analysis, a particular remark is to be ascribed to the urban security; in this case, one of the most relevant sides is the central target we’re aiming to hit: “in other words, any favorable condition which may prevent from dangerous events, serious for both people and things, as well as limiting damages once the fact we fear has already occurred.” 1

Further attention, in this particular time,  is to be given to a possible wrong estimation of a security alarm, right at the moment it is being perceived, since it’s not true that the feeling of fear sensed by people can increase the gravity itself of the actual situation. To estimate a risk on an emotional basis is always a mistake, for hardly ever the subjective insecurity dread matches the real security condition.

Now, whoever deals with security problems should have enough integrity to keep the right distance between the needs of this facet and the political visibility. The reason of this statement is that for the most part people don’t have culture or suitable means for a correct estimation of the risk they really run, which usually stands for a continuous apply to the Authorities in order to require more Police in the district they live, or a signature-collection to open a new Police or Carabinieri Department, sometimes even trough street demonstrations before a Prefecture. This kind of protest unfortunately meets politicians and administrators ready to agree, moved by fear of unpopularity, although they are perfectly aware of the pointlessness of these enterprises. Beyond that – according to me – most of times it all just turns into a loss of time.

It is by far a shared opinion that repression, control and penal justice on their own cannot arouse security, for a number of reasons – some known and others less – which I’m not going to discuss, not to make the mistake we have just expounded. An effective prevention activity has to involve all of the operational subjects working within the society, both private and public forces, that only together can turn on the people with a new sense of trust. A target we can hit only when each present or predictable risk has been highlighted, in order to choose the proper strategy of solution or prevention.

About this, a deeper meaning of Falcone’s words stands out, for this is the right moment for the people to express their personality. “A state of things does not necessarily reflect an ideal condition. But it is a fact that when it comes to get down to work and start a change there is always a price to be paid…”. Now, the price we are presently facing is the adoption of a new life philosophy, and precisely a back-way to the past we belong to, as Italians. A return to our courtyards, to our community, and after all to a shared feeling of being members of the habitat we are part of. So, we are somehow called to rediscover our districts, our neighborhood, with all the people who live around us, and that we meet every-day, although we often don’t even look at them. Aloofness and individualism are the worst foe we have to cope with, since both bring to isolation and being alone easily involves the risk of turning into victims or preys, and in the end it all leads to an increasing fear.

But the fear of crime is not always to be intended as a negative item; Erwin Goffman used to refer to it as inherent to the every-day life, explaining that it helps to reduce the risk, acting as a self-protection. Now, this fear gets much less oppressive as the informal control on a territory gets more intense. The informal control is the result of the presence of families, school, associations and citizens at large, while the formal control is brought by Police, Magistracy and public offices, assiduously dealing with both repression and prevention in a specific way. Still, in spite of appearance, it’s just the informal kind of control that makes the difference between a safe district and an unsafe one. In a healthy area, the inhabitants know each other, so they all share both a values and beliefs system, feeling thus responsible for the quality life level. Where the family ties and the emotional bonds are socially strong, the perception of insecurity tends to reducer2. Many authors do actually agree3 on this point, as they make use of the conception of collective efficacy, intended as “the social cohesion of a district, combined with the common will to take part to actions aiming to reach a shared goal”, in order to study the different spread of violence from a district to another. This collective efficacy was weighed up through both a social-control scale and a social-cohesion and trust scale. In this case, the authors can show that a careful civic community is able to carry out a better and more effective informal control, which leads to reduce violence and to a lower number of crimes at large.

The price to be paid, as Falcone suggested, is the strength of coming back into play, of taking possession of one’s habitat, and finally develop a renewed sense of membership, made up of pride and localism, so that altogether – as the safe-side of the district – the citizens can make their feelings available for the informal control purpose.

 

Falcone said: …” and that’s why an overwhelming majority of people have rather to protest and grumble than acting.”

That is the bitter truth. We often listen to people moaning by social media as well as any other communication system. They ask for security, for Police corps working with more dedication – as if what they do was not enough – much more presence by the public administration, stricter verdicts to hit criminality and so on. Well, these all are rightful and legitimate requests, since whoever would like a perfect Judicial system, no outlaw free to move around. But we know that real things are quite different. Everywhere. Except in some countries, where authoritarian regimes in exchange for security call for huge personal freedom hardships.

Certainly, waiting for a greater institutional commitment is fully kosher, but no more than complaints leads nowhere. On the other hand, taking conscience of what any simple citizen can do in order to help the Police to keep our streets and districts safer is right as well, and we get to this only once we remember we are consociates before we’re users. Security is not something we can receive by someone else, while it is rather to be shared, created and kept within our virtuous civic circle, among people, Police and Administration. Right now, dozens of Italian municipalities and citizens groups are loudly claiming for  the Neighborhood Watch Project to be adopted, for it just aims to get the social community renewed, since that is the better symptom of an increasing informal control. Regaining our collective efficacy, learning not to offer opportunities to criminals by putting aside ones vulnerability, make our houses and properties less attractive, having a closer rapport between us and the Police – also by giving qualified information – are the main targets of the Neighborhood Watch program (www.ancdv.itwww.inwa.it).

The habit of moaning, by a particular side of the Italian society, is also showed through some defeatism issued by the web. It is quite frequent (when you consider that “an overwhelming majority of people have rather to protest and grumble than acting”) to read of attacks towards the NWP promoters, made of sarcastic witticism, or two-bit prophecies, sounding like “where is the NWP, since thefts are going on? Just prattles so far, but no results !!”, as if the NWP could ever be the wonder-solution to any crime, and just its name on a news-paper front page could make a whole district inviolable, with no effort of any of those who live in the area to put the Project into practice.

The NWP is not a substitute for burglar alarms. it is instead a new life philosophy, which should deeply change the way that resident people use to think and act, whether we are talking about a particular area or a building, a few streets as well as a whole district or a small town. Well, it works (as you can behold on yourselves, just by taking a look through the web), but it only works when people put it into action. Otherwise it will stand still as no more than a good, torpid idea. I can well understand the outburst and anger of those who live in some particular places where crime keeps on, although the NWP has already established its groups, but we have to clear up that as long as we do not get our share started, changing once and for all the way we think and act, there will be no way out. It is pointless to quarrel, charging the NWP promoters for the not working procedures. A serious analysis of what has so far been done is to be conducted in order to find out any wrong detail, so to face the problem as soon as we are ready to get involved. Whole districts of Rome, small Umbrian towns, widespread areas of Milan are right now testing the NWP, and it has been assessed that wherever people have understood (without falling in the trap of suchlike ideas, suggested by the Authorities and bound to stay as no more than political proclamations) and wherever the Project has been rightly tuned, it rather works and moreover brings to relevant reductions of crimes. More than once, Prefect Gabrielli has publically invited the Romans to join the NW Project, since he considers it as a most effective instrument of fight against crime, when the basic role of the Police is supported by the needful collateral, performed by the citizens. I conclude my speech, by urging the readers to ponder over Falcone’s words. The naked truth is that everyone of us is free to pick out his own role within the piece of world he lives in. Someone will keep on protesting and blaming other people, who – may be – are really answerable, while someone else will be trying to offer his own aid, through concrete proposals and projects. Each point is questionable by a different point of view once it is exposed; while chattering is and stays what it is: a pointless waste of time. And yet, those who choose to complain are to be respected anyway, for they unwittingly admit their own limits. So, what now? We all should come together, put aside our dislikes and intolerance, and try hard to deepen the Neighborhood Watch Project, not by a simple signature on a form, but through a clever heart choice, for this fight can only be won by staying together. Which means we cannot be divided any longer.

1 Balloni A. Bisi R. Applied Criminology for Investigation and Security, Franco Angeli, Milano 1996

2 Rosenbaum D.P. Heath L. The psycho-logic of fear reduction and crime prevention programs, Plenum Press, New York – 1990

3 Sampson R.J Raudenbush S.W. Earls F. Neighborhood and violent crime: a multilevel study of collective efficacy, Science, 277,918, 1997

English version by Furio C Falvo