Il Controllo di Vicinato finalmente a Perugia!

cropped-logo-controllo-di-vicinato2.jpgFinalmente il mio sogno di portare il CDV a Perugia si è realizzato. Adesso spero che altre Città dell’Umbria, oltre a quelle già avviate al progetto, si decidano a dare il via a questo grande programma di Sicurezza Partecipata. INWA con il supporto e la competenza di ANCDV, Associazione Nazionale Controllo di Vicinato è pronta a dare abbrivo ai progetti nella Regione. Un plauso all’amico Sindaco di Perugia Andrea Romizi per il suo impegno in difesa dei cittadini.

http://www.umbria24.it/attualita/protocollo-controllo-del-vicinato-sindaco-perugia-firma-prefettura

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Pronto 112? Ho sequestrato un ladro, anzi no, l’ho arrestato.

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Il falso luogo comune del sequestro di persona nei confronti del ladro. 

Di Francesco Caccetta

www.ancdv.it

Pronto, Polizia? Ho sorpreso un ladro in casa e l’ho arrestato, venite a prenderlo!”

Questa è la frase che vorrebbero sentire gli operatori delle centrali operative del 112 e/o 113, invece, purtroppo, sono sempre i luoghi comuni ad averla vinta e la frase che si ascolta è un’altra: “Pronto, Polizia? Avevo sorpreso un ladro in casa, ma l’ho lasciato andare via, per non trovarmi incriminato per sequestro di persona!”

E’ incredibile come, nel nostro Paese, abbiano successo le idee consolidate a scapito dei fatti reali! Tempo fa, scrissi un articolo che riguardava i falsi segni degli zingari e, anche in quell’occasione, feci notare come degli stereotipi o delle false convinzioni, spesso assumono carattere dogmatico sostenuto con intransigenza da molte persone pur senza addurre prove.

Mi è capitato spesso di sentire cittadini raccontare episodi di persone che avevano acciuffato il ladro mentre rovistava nei cassetti della loro stanza da letto e che erano riusciti a immobilizzarlo fino all’arrivo delle forze dell’ordine, ma poi avevano passato inimmaginabili guai e torture psicologiche da parte della polizia e dei magistrati per quel gesto criminale! Il ladro li aveva denunciati per sequestro di persona e quei poveri cittadini avevano passato un mare di guai per quell’azione imprudente!

Continua a leggere l’articolo:https://www.convincere.eu/criminologia/509/meglio-un-ladro-in-casa-che-un-processo-fuori-dalla-porta

I furti di auto predittivi dei furti in appartamento. Come difendersi

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Francesco Caccetta.

L’esperienza delle Forze di Polizia non lascia dubbi sul fatto che vi sia una consistente correlazione tra i furti di autovetture e le conseguenti incursioni negli appartamenti da parte dei ladri. Ogni cosa ha un fine, questo è il presupposto principale che ha attanagliato le menti di alcuni filosofi greci e successivamente anche quelli cristiani, e mai come in questo caso potremmo esserne certi. I furti di autovetture insistono in tutto il corso dell’anno ed in ogni parte del territorio nazionale, con modalità e finalità diverse. Le tecnologie moderne, consistenti in dispositivi per riprogrammare le centraline o per clonare i codici criptati dei sistemi di protezione dei veicoli, hanno reso la vita più semplice al ladro di auto, diminuendo in maniera considerevole i tempi di attuazione del furto, ridotti ormai a 14 secondi rispetto ai 10 minuti degli anni ottanta. Questo permette inoltre di avere veicoli integri, senza nessun danno e con un guadagno illecito, sicuramente maggiore. Le auto vengono rubate per motivi diversi, a seconda anche delle zone dove avvengono i furti. Nelle Regioni del Sud Italia sono frequenti i furti di auto a scopo di estorsione, per indurre il proprietario a rilasciare un riscatto per riavere il proprio mezzo. Al Centro Italia scorrazzano bande dell’Est che rivendono poi le vetture intere o pezzi di ricambio, mentre al nord, vi è una maggiore organizzazione con diverse figure strutturate, che gestiscono il traffico internazionale di veicoli rubati. Queste in linea di massima le tipologie di furti di autovetture, finalizzate a introiti di tipo “commerciale” ancorché illecito, mentre un’altra categoria di ladri, che opera più o meno allo stesso modo in tutta la Nazione ha un fine più immediato e contestualizzato con i furti in appartamento, le truffe e le rapine. Le Forze dell’Ordine sanno benissimo che quando si verificano furti di veicoli di un certo tipo (BMW, AUDI, MERCEDES ecc.) spesso si tratta di predatori di appartamenti che si preparano a colpire nei territori limitrofi a dove è avvenuto il furto della macchina. La spia dei furti in appartamento è, quindi, il furto di veicoli di grossa cilindrata che serviranno ai malviventi per fare razzie nei territori garantendosi una fuga veloce con un mezzo sicuro per la loro incolumità fisica. Un veicolo potente, permette una agevole fuga da eventuali inseguimenti delle Forze di Polizia e, in caso di incidente, limitatissimi danni ai malviventi. Anche in questo caso, valgono le cinque vie per arrivare al furto, già più volte citate nei miei scritti, dove si evidenzia che i ladri, non vogliono farsi vedere, non vogliono farsi prendere, non vogliono farsi male, non vogliono faticare né perdere tempo. In questo caso, il furto del veicolo avverrà soltanto se la vittima lo permetterà, eludendo le norme basilari di prevenzione furti. Molte persone, pensano che le loro azioni siano esclusivamente finalizzate ai propri interessi, senza rendersi conto che, in realtà, non siamo assolutamente padroni esclusivi del nostro agire. Lasciare il veicolo con le chiavi inserite ed in moto, pensando di impegnare pochissimo tempo nella commissione che ci si accinge a fare, è un errore madornale. Scendere, per esempio dalla macchina per andare a prendere un caffè, o acquistare un pacchetto di sigarette, oppure semplicemente portare il proprio figlio all’entrata della scuola, potrebbe ingannare il proprietario del veicolo circa i tempi supposti per quella azione. I ladri sanno benissimo che è facile trovare veicoli incustoditi, anche se per pochi minuti, all’esterno dei bar, delle scuole, vicino alle edicole ecc. Sanno perfettamente che numerosi cittadini pensano di impiegare pochissimo tempo per le loro estemporanee commissioni e che, per questo, si fidano a lasciare la propria macchina in moto e incustodita. Questi sono i momenti nei quali i predatori approfittano di questa ingenuità per impossessarsi del veicolo in questione. Pochissimi delinquenti, si ingegnerebbero nel rompere un cristallo per poi entrare nel veicolo e collegare i fili per metterlo in modo, confidando nel fatto che è molto più semplice attendere qualche minuto vicino agli obiettivi sopra elencati e commettere un veloce e senza rischi. I furti di autovetture, perpetrati in questo modo, rendono molto meno visibile il veicolo rubato agli occhi delle forze dell’ordine, poiché a prima vista, non mostrando segni di effrazione potrebbe passare inosservato, garantendo più tempo e anonimato ai ladri di turno. Inoltre, i delinquenti che utilizzeranno quella macchina per commettere reati predatori in appartamento, potrebbero passare inosservati anche agli occhi dei cittadini poiché non presentando anomalie visibili (rotture dei cristalli o delle serrature) non metterebbero nessuno in allarme. Le autovetture rubate in questo modo spesso avvantaggiano i ladri di appartamento, i quali utilizzeranno quel veicolo per compiere una serie di furti nei territori limitrofi, salvo poi abbandonare il mezzo alla fine dell’esigenza, o venderlo ad altri soggetti che ne cureranno la successiva alienazione (vendita all’estero o come pezzi di ricambio). Di solito, quindi, i furti di autovetture di grossa cilindrata e di recente costruzione, possono essere indicativi di imminenti raid in appartamento da parte dei ladri nei territori limitrofi a quello in cui il veicolo è stato rubato. Non lasciamo mai le nostre macchine incustodite e con le chiavi all’interno (tra l’altro sanzionabile dal codice della strada) e non ci fidiamo mai di un’autovettura apparentemente “pulita” per distogliere le nostre percezioni, qualora dovessimo notarla con sospetto nel nostro territorio. Prendere la targa e fare una segnalazione al 112 potrebbe salvare voi stessi e gli altri vicini da un furto in appartamento. L’occasione fa bene al ladro (cit. Caccetta) non dimenticatelo mai!

 

 

INWA: 1° Congresso dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato Il 1° Congresso INWA presenta il programma dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato per migliorare libertà e sicurezza.

Il 1° Congresso INWA presenta il programma dell’Associazione Italiana Controllo di Vicinato per migliorare libertà e sicurezza.

https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/06/inwa-1-congresso-dellassociazione-italiana-controllo-di-vicinato-002641295.html

Aiuteresti un estraneo in difficoltà? L’effetto testimone.

e.testimone

Ketty Genovese. Le origini del cdv ancora oggetto di studio per la Psicologia.

Vi propongo questo interessante articolo trovato sul web: http://antrodichirone.com/

Francesco Caccetta

by Carmelo Pacino

Omicidi, violenze pubbliche, rapine, pestaggi, sono eventi che sentiamo quasi quotidianamente dalla cronaca, tanto che, a volte, non ci stupiscono più. In molti casi può destare scalpore che la vittima non sia riuscita a ricevere nessun tipo di aiuto dai testimoni diretti della scena di aggressione. Le norme culturali ed etiche della nostra società prevedono di aiutare chi si trova in difficoltà. Oltre a tali regole di condotta, ciò che potrebbe far crescere maggiormente il vostro disappunto, nel leggere casi analoghi di noncuranza del prossimo, sta nel vostro senso morale. Sembra inconcepibile lasciare una persona da sola in una situazione di sofferenza.

Darley e Latané, di fronte all’ennesimo caso di aggressione, hanno iniziato a studiare questo fenomeno, per scoprire tutti i fattori psicologici e situazionali che intervengono in ciò che chiamarono effetto testimone.

Nel 1964, a New York, Kitty Genovese, un giovane donna, venne aggredita ed uccisa in mezzo alla strada di fronte a 38 persone che, nonostante le urla e il sangue, non intervennero a darle soccorso. L’opinione pubblica attribuì la causa di questa inerzia “al decadimento morale e all’alienazione dell’uomo del tempo” [Darley, Latané 1968]. Gli studi di Latané e Darley, i primi ad analizzare il fenomeno, dimostrarono che erano implicati fattori di altra natura.

Essi, dopo diversi esperimenti, elaborarono il loro modello psicologico di helping behaviour (comportamento di aiuto). Si tratta di un modello stadiale, in quanto essi sostenevano che accorrere in aiuto di una persona in difficoltà fosse il risultato di un processo fatto di diverse fasi [Fischer et al., 2011]:

notare la situazione critica;
percepire la situazione come di emergenza;
sviluppare un sentimento di responsabilità personale;
prendere la decisione di agire.
I due autori individuarono tre differenti meccanismi psicologici che possono interferire con questo processo e che costituiscono i punti cardine dell’effetto testimone (Darley, & Latané, 1968):

diffusione della responsabilità: la presenza di altri testimoni ostacola lo sviluppo di un sentimento di responsabilità che viene diviso fra i presenti, facendo in modo di considerare se stessi esenti dall’intervenire. Nello specifico, quanto più il numero dei testimoni è elevato tanto meno si avvertirà un senso di responsabilità;
paura di essere giudicati: si ha paura di compiere errori o di agire in maniera inadeguata. Inoltre, si teme di essere ritenuti responsabili dell’accaduto (confusione della responsabilità), in quanto vi è la norma sociale di aiutare le persone a cui si è arrecato danno;
ignoranza collettiva: gli studi sull’influenza sociale dimostrano come in situazioni ambigue il comportamento e le reazioni altrui diventano un’importante fonte di informazioni per capire la realtà (cfr. Boca, Bocchiaro, Scaffidi Abbate, 2010). Se l’individuo non percepisce immediatamente la condizione di emergenza e si affida alla reazione degli altri, i quali, però, appaiono altrettanto confusi ed incerti e, quindi, inermi, allora si valuterà la situazione come non pericolosa e non si avrà la motivazione ad agire.
E’ stato dimostrato, inoltre, che non è necessario che siano presenti testimoni reali, in carne ed ossa, che determinino la diffusione della responsabilità, ma è sufficiente che nella mente dell’individuo si attivi il costrutto di un gruppo per inibire la presa di responsabilità in contesti di pericolo. Questo fenomeno prende il nome di “effetto testimone implicito” [Garcia, Weaver, Darley e Spence, 2009].

Gli studi dei due autori risalgono al 1968. Successivamente sono stati condotti moltissimi studi circa l’effetto testimone in diverse situazioni sperimentali, considerando diverse variabili di mediazione e di moderazione, cioè fattori che intervengono e/o rendono l’effetto testimone meno intenso o, addirittura, nullo1 [Fischer et al., 2011].

Sinteticamente, da questi studi (ibidem) è stato rilevato che:

in condizioni percepite come altamente pericolose l’effetto testimone si riduce, in quanto aumenta lo stato di attivazione interna a causa della sofferenza della vittima e la percezione dei costi e delle perdite nel caso in cui non si intervenga. L’intervento di aiuto diminuisce tale stato di tensione interna;
la presenza di testimoni può diminuire l’effetto testimone nel caso in cui si percepiscono i presenti come un aiuto nell’intervento, soprattutto quando si ha paura di subire un danno;
se gli altri vengono percepiti come aiuto, allora si può giungere ad un aiuto nel momento in cui si arriva alla conclusione che più individui possono sopraffare un criminale.
Alla luce di quanto detto, sorge spontanea una considerazione. L’omicidio di Kitty Genovese ha destato molto scalpore e molti si sono prodigati in considerazioni di natura morale, senza tenere minimamente in considerazione come molti meccanismi della nostra mente avvengano in maniera del tutto automatica, senza controllo volontario alcuno. Nonostante i progressi ottenuti dalla psicologia sociale cognitiva e dalla psicoanalisi, ancora oggi eventi di tale portata possono indurci un interrogativo spinoso. Ossia, è possibile che la conoscenza che abbiamo di noi stessi e del nostro modo di agire e porci nell’ambiente sia insufficiente?

Oltre a portarci a considerazioni di natura etica e morale, eventi del genere sarebbero da valutare con maggior consapevolezza, per poter essere concretamente attivi e impegnati a farsi portavoce di una società attenta alle necessità altrui.

In tal senso, è opportuno tenere in considerazione che, accanto ai processi automatici della nostra mente vi sono anche quelli che derivano dalla nostra volontà, ed è a quest’ultimi che dobbiamo appellarci, per costruire il senso della nostra responsabilità sociale

Note

Per una rassegna degli studi condotti sull’effetto testimone si veda Peter Fischer, Joachim I. Krueger, Tobias Greitemeyer, Claudia Vogrincic, Andreas Kastenmuller, Dieter Frey, Moritz Heene, Magdalena Wicher, Martina Kainbacher “The Bystander-Effect: A Meta-Analytic Review on Bystander Intervention in Dangerous and Non-Dangerous Emergencies”, in Psychological Bulletin 2011, Vol. 137, No. 4, 517–537, dove gli autori descrivono in maniera dettagliata gli studi condotti e i relativi risultati.

Bibliografia

B. Latané, J.M. Darley,”Group Inhibition Of Bystander Intervention In Emergencies”, in Journal at Personality and Social Psychology 1968, Vol. 10, No. 3, 215-221.

J.M. Darley, D. Batson, “”From Jerusalem To Jericho”: a study of situational and dispositional variables in helping behavior”, in Journal of Personality and Social Psychology 1973, Vol.27 , No.1 , 100-108.

J.M. Darley, B. Latané, “Bystander intervention in emergencies: diffusion of responsability”, in Journal of Personality and Social Psychology 1968, Vol. 8, No. 4, 377-383.

P. Fischer, T. Greitemeyer, F. Pollozek e D. Frey, “The unresponsive bystander: Are bystanders more responsive in dangerous emergencies?”, in European Journal of Social Psychology 36, 267–278 (2006).

Peter Fischer, Joachim I. Krueger, Tobias Greitemeyer, Claudia Vogrincic, Andreas Kastenmuller, Dieter Frey, Moritz Heene, Magdalena Wicher, Martina Kainbacher, “The Bystander-Effect: A Meta-Analytic Review on Bystander Intervention in Dangerous and Non-Dangerous Emergencies”, in Psychological Bulletin 2011, Vol. 137, No. 4, 517–537.

S. Boca, P. Bocchiaro, C. Scaffidi Abbate, Introduzione alla psicologia sociale, Mulino, Bologna, 2010.

S. Boca, C. Scaffidi Abbate (a cura di), Altruismo e comportamento prosociale. Temi e prospettive a confronto, Franco Angeli, 2011.